Ricominciare da dove ci eravamo lasciati

Una foto di gruppo in una palestra luminosa con un grande gruppo di persone che festeggiano . Un giovane ragazzo al centro con un gilet rosso con la scritta "SURF" applaude felicemente, mentre altri bambini e adulti intorno a lui saltano, salutano e tengono le mani in aria. Sullo sfondo si vede un canestro da basket.

Oggi, dopo due anni, abbiamo fatto l’Open Day di Spazio al gesto, la giornata di sport pensata dall’associazione di Daniele Cassioli per i bambini con disabilità visiva.

Avevamo interrotto due anni fa. E oggi, dopo tanto tempo, abbiamo ripreso nello stesso posto e nello stesso periodo dell’anno in cui ci eravamo lasciati.

Per un momento ho voluto pensare che questi due anni non fossero mai accaduti. Che fossimo semplicemente in continuità, come se ci fossimo fermati solo per poco e poi fossimo tornati lì, nella stessa palestra, con gli stessi bambini, gli stessi genitori, la stessa voglia di esserci.

In realtà questo tempo è passato. I bambini sono cresciuti. E anche noi genitori siamo cresciuti insieme a loro.

Per mia figlia riprendere lo sport significa ricominciare a recuperare una normalità. Una normalità fatta di movimento, di gioco, di corpo, di fiducia. E anche se l’acustica della palestra e il caos non hanno reso questo inizio sempre confortevole, in realtà poter ricominciare da dove ci eravamo lasciati è già, da solo, una piccola rivoluzione.

Lo sport è sempre salute fisica e mentale. Ma quando si parte con uno svantaggio, lo sport diventa qualcosa di ancora più importante. Aiuta a compensare quello svantaggio. Ti dà coordinazione, lavoro di squadra, fiducia in te stesso. Ti insegna ad avere più fiducia anche nel prossimo: che sia un istruttore, un altro bambino, un compagno che ti tende una mano o una voce che ti guida.

È tornare a familiarizzare con il proprio corpo, con lo spazio, con gli altri. È vedere il gioco che diventa salute. Che a volte supera quasi la terapia, perché passa attraverso la gioia.

E poterlo garantire ai nostri bambini è forse la gioia più grande.

A Roma, l’associazione di Daniele Cassioli lavora in decine di città italiane, ma da tempo non riusciva più a lavorare proprio qui. A Roma, la sua città natale, e anche la città che dovrebbe essere un punto di riferimento naturale per la disabilità visiva.

Per questo quella di oggi è stata una giornata piena di futuro.

Non solo un Open Day per chi ne usufruirà, cioè i nostri figli, ma anche un Open Day per chi vorrà lavorare con loro. Per gli operatori che Daniele, con il suo carisma e la sua gioia, è riuscito a coinvolgere, chiamare, arruolare in giro per Roma.

E forse la cosa più bella è stata proprio questa: vedere che qualcosa può ripartire. Non in modo perfetto, non senza fatica, ma con una direzione chiara. Con dei bambini che tornano a giocare e degli adulti che, finalmente, tornano a costruire intorno a loro uno spazio possibile.

Perché vederli stare lì, dentro un gioco, dentro una palestra, dentro un’attività pensata per loro, senza dover spiegare ogni volta chi sono, cosa vedono, cosa non vedono, cosa riescono a fare e cosa invece va adattato, è una cosa che per noi genitori ha un peso enorme.

Perché per un genitore di un bambino con disabilità visiva questa è una fatica silenziosa, continua. Devi sempre tradurre tuo figlio al mondo. Devi sempre anticipare, spiegare, rassicurare, correggere lo sguardo degli altri prima ancora che diventi giudizio. Devi fare da ponte tra tuo figlio e ambienti che quasi mai sono pensati per lui.

Oggi, invece, per qualche ora, quel ponte lo ha costruito qualcun altro.

Lo hanno costruito Daniele, gli istruttori, gli operatori, i volontari, gli altri bambini, gli altri genitori. Lo ha costruito un contesto in cui nessuno era “quello strano”, nessuno era “quello da aiutare”, nessuno era “quello diverso”. Erano semplicemente bambini. Bambini che correvano, ascoltavano, inciampavano, ridevano, si orientavano, si cercavano, provavano a fidarsi.

E questa, per chi vive ogni giorno la disabilità visiva dentro casa, non è una cosa piccola. È enorme.

Perché vedere tua figlia giocare senza sentirsi fuori posto, vederla accolta senza pietismo, senza preconcetti, senza quella tensione adulta che spesso rende tutto più pesante, è qualcosa che ti rimette in pace con il mondo. Anche solo per un pomeriggio.

Non importa se la palestra era rumorosa, se l’acustica rendeva tutto più difficile, se a tratti il caos ha coperto le voci e le indicazioni. Quello si aggiusterà, si migliorerà, si imparerà a gestire. La cosa importante oggi era un’altra: esserci. Ritrovarsi. Rimettere un piede dentro una normalità interrotta.

E forse proprio perché era imperfetta, questa ripartenza è sembrata ancora più vera.

Non era una vetrina, non era una giornata confezionata per sembrare bella. Era una ripresa reale, con tutto quello che una ripresa porta con sé: emozione, disordine, attesa, memoria, speranza. Noi genitori ci guardavamo e sapevamo, anche senza dircelo troppo, che in questi due anni qualcosa si era perso. Ma oggi si è visto anche che qualcosa si può ancora recuperare.

Lo sport, per i nostri figli, non è solo sport.

È corpo che prende spazio. È orientamento. È fiducia. È capire che si può cadere senza essere fragili. È imparare che l’altro non è per forza un ostacolo, ma può diventare una voce, una mano, un compagno di gioco. È una forma di autonomia che passa attraverso la gioia, e forse proprio per questo arriva più in profondità di tante parole.

Per noi genitori è stato il regalo più grande che potessero farci in questo caldo sabato di inizio estate: vedere i nostri figli giocare senza sentirsi osservati come eccezioni, ma accolti come bambini. Bambini interi, vivi, capaci, pieni di possibilità.

E allora sì, oggi per un momento ho voluto pensare che questi due anni non fossero mai accaduti.

Poi ho guardato meglio e ho capito che erano accaduti eccome. I bambini erano più grandi. Noi genitori eravamo più stanchi, forse anche più consapevoli. Ma eravamo ancora lì. Nello stesso posto, nello stesso periodo dell’anno, con la stessa voglia di pretendere per i nostri figli non un favore, ma una possibilità.

E ricominciare da lì, da una palestra piena di rumore, sudore, voci e bambini che giocano, oggi è sembrata davvero una piccola rivoluzione.

Due giornate pensate non solo per professionisti del settore, ma anche per famiglie, educatori, studenti, persone con disabilità e chiunque voglia capire come la tecnologia possa diventare uno strumento concreto di autonomia e partecipazione.

Durante l’evento saranno presenti workshop, dimostrazioni pratiche e incontri dedicati all’uso di screen reader, intelligenza artificiale, strumenti digitali accessibili, design inclusivo e nuove tecnologie assistive.


Stella Sciarrone – Redazione In Vista