I più saggi del saggio

Recita scolastica dei bambini: Livia è in primo piano al centro della scena, mentre sullo sfondo un gruppo di compagni di classe (con i volti sfocati per la privacy) è allineato davanti a un grande cartellone colorato con disegni di vagoni di un treno. Tutti i bambini indossano magliette bianche personalizzate con un cuore rosso disegnato a mano e il proprio nome.

Come ogni anno, nella classe di Livia c’è stato il saggio di fine anno scolastico. Per me, e penso anche per altri in questo gruppo, è un momento di grande frustrazione, perché si palesa, su un palco, davanti a una distesa di genitori e bambini, tutta la differenza che c’è tra mia figlia e i suoi compagni. Una differenza che, a volte, emerge anche in maniera disturbante.

Mettendomi nei suoi panni, mi rendo conto che stare in un ambiente affollato, in cui non si percepisce più bene lo spazio, può essere davvero difficile. Il numero di persone ti fa perdere la percezione dello spazio, della dimensione, della planimetria. Sai di essere osservato, ma non sai da chi. Ci sono tante componenti, tanti elementi, che capisco possano mandare in frustrazione mia figlia.

Ovviamente non devo nemmeno sempre gestirla, contenerla, o pretendere che tutto rientri in una forma “corretta”. Però le sue stereotipie e il suo disagio, negli anni, sono sempre emersi in maniera per me imbarazzante. Purtroppo lo ammetto.

Questo è stato il primo saggio di prima elementare: classe nuova, maestre nuove. Livia è sempre stata ben accolta dai compagni e ben inserita dalle maestre, e di questo mi ritengo molto fortunata, sin dal nido.

Ma quest’anno l’insegnamento me lo hanno dato i suoi compagni di classe, evidentemente ben preparati durante l’anno all’inclusione nei confronti di Livia.

Quando si sono messi sul palco a semicerchio, ben disposti, ognuno con le proprie battute e con il proprio ruolo, dopo tante prove in cui tutto sembrava pensato in modo collaborativo, Livia è andata in tilt. Si è messa al centro del semicerchio e ha iniziato, da sola, a girare intorno e a battere le mani. Devo dire: molto a tempo, almeno.

In quel momento io speravo in un intervento dell’OEPA, della tiflodidatta, di qualcuno pronto a contenerla per far andare avanti lo spettacolo.

Però, alla fine, Livia era felice. Era palesemente a suo agio. E i suoi compagni non si erano minimamente scomposti nel vederla lì. Né in negativo, né in positivo. Stavano lì con lei. Per loro era normale che Livia reagisse così, in quel momento. Come lo è per noi a casa.

Era per me che era inopportuno.

Mi sono resa conto che era solo per me che quel gesto non doveva accadere in quel modo e in quel momento.

I bambini ridevano, Livia rideva, e la maestra prendendo atto della situazione, ha fermato l’OEPA e ha detto: “Ma se sono tutti contenti, e Livia sta anche partecipando a tempo, lasciamoli stare”.

E così c’è stato il saggio. Hanno fatto tutte le loro parti, le loro canzoni, le loro battute. E alla fine sono andati tutti ad abbracciare Livia, a dimostrazione che per loro non era invisibile. E che forse era così che doveva essere.

Me lo hanno insegnato i bambini: se le cose, in questo caso, non sono andate come io mi sarei aspettata, come io pensavo fosse opportuno, come forse anche gli altri genitori si aspettavano che fosse opportuno, probabilmente il problema era solo mio. O nostro.

Non di Livia.

E non dei suoi compagni.

Stella Sciarrone – Redazione In Vista