Da quel "vai da solo"

daniele cassioli sci nautico onda

Daniele Cassioli e il valore dello sport nella crescita dei bambini In Vista

Daniele Cassioli nasce a Roma il 15 agosto 1986 e si trasferisce con la famiglia a Varese in giovane età. Cieco dalla nascita, è considerato il più grande sciatore nautico paralimpico di tutti i tempi. Daniele Cassioli ha conquistato 28 titoli mondiali, 27 europei e 45 italiani, nello sci nautico paralimpico, detenendo per anni i record mondiali nelle discipline dello slalom, delle figure e del salto e diventando un punto di riferimento internazionale per lo sport e l’inclusione.

Certo, i numeri impressionano. Ma chi ascolta Daniele per qualche minuto capisce subito che le medaglie non sono il centro del suo racconto. Il centro è sempre un altro, la fiducia, l’autonomia, le relazioni, l’esperienza, la possibilità di scoprire ciò che sappiamo fare prima ancora di concentrarci su ciò che non possiamo fare.

 

«Lo sport è quel pezzo di strada che c’è tra noi e la felicità.»

 

È una frase che sintetizza perfettamente la sua visione della vita, perché, come ama ripetere, il talento non nasce dal nulla. Nasce quando qualcuno ci mette nelle condizioni di scoprirlo.

 

Quel “vai da solo”

Siamo andati a intervistare Daniele Cassioli durante l’evento dedicato alla ripartenza di Spazio al Gesto, il progetto di sport inclusivo promosso da Real Eyes Sport che torna a collaborare con l’ASP Sant’Alessio – Margherita di Savoia. Un’occasione per ascoltare la storia di uno dei più importanti protagonisti dello sport paralimpico italiano e la visione che oggi porta avanti accanto a centinaia di famiglie.

All’inizio dell’incontro viene proiettato un video che ripercorre alcune tappe della sua vita.

 

«Vi è piaciuto il video? Bellissimo. Io però non l’ho mai visto.»

 

La sala ride.

È il suo modo di parlare della cecità: con ironia, senza nasconderla e senza permetterle di occupare tutto lo spazio.

Poco dopo, raccontando la sua infanzia, aggiunge un altro ricordo che strappa un sorriso:

 

«A nascondino perdevo sempre.»

 

Ma dietro queste battute c’è una storia molto seria.

La storia di un bambino che ha avuto la fortuna di crescere circondato da persone che lo hanno incoraggiato a fare esperienza del mondo. Suo padre gli ripeteva spesso:

 

«Vai da solo. Non c’è niente. Vai.»

 

Daniele ricorda un’infanzia dove fin da piccolo viene spinto a muoversi, esplorare, cadere e riprovare. Nuoto, karate, sci e poi sci nautico, attività diverse che avevano tutte qualcosa in comune: la possibilità di mettersi alla prova.

 

«Lo sport è stato il primo a trattarmi come Daniele che sa fare e non come Daniele che non sa vedere

 

È proprio da queste esperienze che nasce una delle riflessioni che oggi condivide più spesso con famiglie, insegnanti e educatori.

 

«Il potenziale è qualcosa che abbiamo dentro ma che non è ancora visibile all’esterno. Se nessuno ci mette nelle condizioni di esprimerlo, rischia di restare nascosto per sempre.»

 

Per Daniele il vero rischio non è il limite, è non avere l’occasione di scoprire cosa si è capaci di fare, per questo parla continuamente di esperienza, perché è l’esperienza che costruisce fiducia e autonomia, che permette a una persona di conoscere sé stessa. Lo racconta con una metafora che il pubblico accoglie con un sorriso.

 

«Qual è la differenza tra un’automobile e un essere umano? L’automobile più fa chilometri e più si consuma. L’essere umano più fa chilometri e più cresce.»

 

Per questo, secondo Daniele, il compito degli adulti non è eliminare gli ostacoli dal percorso dei bambini, ma accompagnarli mentre imparano ad affrontarli, perché il talento non nasce dalla protezione, nasce dall’esperienza.

 

daniele sorridente

Real Eyes Sport: quando una storia personale diventa una risposta per tante famiglie

Quando parla del suo primo libro, Il Vento Contro, Daniele racconta la storia di una famiglia, come i suoi genitori abbiano vissuto la diagnosi, come abbiano attraversato fasi diverse di accettazione, come siano cresciuti insieme a lui.

Il suo primo bacio, le amicizie, le relazioni, le paure dell’adolescenza, la scoperta dell’amore. Ricorda persino quando da bambino trovava “schifosa” l’idea che gli adulti si baciassero sulla bocca, semplicemente perché quella scena e gli sembrava qualcosa di incomprensibile.

Dopo la pubblicazione del “Il Vento Contro, Daniele inizia a ricevere qualcosa che non si aspettava, telefonate di genitori, mamme e papà di bambini ciechi e ipovedenti che si riconoscevano nella sua storia e che gli ponevano una domanda molto concreta: «Come facciamo a far fare sport a nostro figlio?»

Daniele racconta questo passaggio con la consueta ironia.

 

«Io all’epoca facevo il fisioterapista. Mi veniva da rispondere: ma io che ne so? Prega San Gennaro!»

 

Daniele racconta che a un certo punto si è reso conto che non bastava più raccontare la propria esperienza, bisognava creare occasioni concrete.

 

«Non potevo continuare a dire alle famiglie che lo sport era importante senza costruire qualcosa che permettesse ai bambini di viverlo davvero.»

 

È da questa consapevolezza, nel 2019 fonda Real Eyes Sport, per permettere ai bambini con disabilità visiva di muoversi, giocare, sperimentare, sbagliare, fare amicizia e scoprire il proprio potenziale, per offrire ai bambini ciò che aveva ricevuto lui da piccolo: la possibilità di fare esperienza.

L’idea di fondo è semplice quanto rivoluzionaria.

Prima ancora di scegliere uno sport, un bambino deve avere l’opportunità di muoversi, giocare, esplorare, sperimentare il proprio corpo e le proprie capacità.

Per questo l’associazione Real Eyes Sport lavora sull’avviamento allo sport.

Nel tempo è cresciuta fino a coinvolgere centinaia di bambini e ragazzi in tutta Italia, attraverso attività sportive, camp estivi, percorsi di formazione e iniziative dedicate alle famiglie.

Oggi questa visione prende forma anche attraverso i camp estivi organizzati da Real Eyes Sport, esperienze che ogni anno coinvolgono bambini e ragazzi provenienti da tutta Italia. Per l’estate 2026 sono previsti due appuntamenti: il camp di Lignano Sabbiadoro, dal 4 all’11 luglio, dedicato ai ragazzi dai 14 anni in su, e il camp di Misano Adriatico, dal 18 al 25 luglio, rivolto ai bambini dai 4 ai 14 anni.

«Non sono semplicemente vacanze» spiega Daniele. 

«Sono occasioni per fare esperienza, costruire autonomia, creare amicizie e scoprire capacità che spesso i ragazzi non immaginano nemmeno di avere.»

 

Per le famiglie interessate, tutte le informazioni sui camp e sulle attività di Real Eyes Sport sono disponibili attraverso i canali ufficiali dell’associazione.

 

Lo sport come allenamento alla vita

Per Daniele lo sport non è soltanto attività fisica, è una palestra emotiva. È il luogo in cui si impara ad affrontare la frustrazione, l’attesa, la paura, la collaborazione e la responsabilità.

 

«Gli allenamenti più duri non sono quelli che fai in campo. Sono quelli che ti insegnano a costruire relazioni e ad affrontare la vita.»

 

Dietro questa frase c’è una riflessione molto profonda: ogni volta che un bambino partecipa a una partita, affronta una gara o prova qualcosa di nuovo, non sta allenando soltanto il proprio corpo. Sta allenando la sua capacità di gestire le emozioni. Sta imparando cosa significa avere paura prima di una sfida, aspettare il proprio turno, accettare una sconfitta, collaborare con gli altri, fidarsi e non arrendersi.

È proprio da queste esperienze che nasce la riflessione di Daniele sull’intelligenza emotiva, tema al centro del suo secondo libro, Insegna al cuore a vedere. Nel libro riflette su quanto poco siamo abituati a occuparci di ciò che sentiamo e su quanto, invece, ci concentriamo su ciò che facciamo, sui risultati e sugli obiettivi da raggiungere.

Esperienze emotive che preparano i bambini a ciò che incontreranno nel resto della vita. L’ansia prima di una competizione non è molto diversa dall’ansia che proveranno un giorno durante un colloquio di lavoro. La paura di sbagliare davanti agli altri non è molto diversa dalla paura di esporsi in una relazione.

Molti bambini con disabilità visiva trascorrono anni tra terapie, riabilitazione e percorsi educativi fondamentali per la loro crescita. Ma la vita non è fatta soltanto di questo. È fatta di emozioni, relazioni, sfide, successi e occasioni per mettersi alla prova.

Per un bambino con disabilità visiva tutto questo assume un valore ancora più grande, perché ogni esperienza sportiva diventa anche un’esperienza di autonomia.

Per questo Daniele non considera lo sport un’attività accessoria, ma uno strumento educativo straordinario. Un luogo in cui si impara che il valore di una persona non dipende dal risultato ottenuto, ma dal coraggio di mettersi in gioco.

 

La cecità è un elemento, non l’elemento

Uno dei passaggi più autentici dell’intervista arriva quando si parla di Giulia, sua compagna di vita e di avventura, racconta che costruire una relazione non è mai semplice per nessuno e che per una persona cieca, come per chiunque altro, l’amore porta con sé dubbi, paure e insicurezze.

Confessa di essersi sentito diverso, ma è proprio attraverso le relazioni che ha imparato a guardarsi in modo diverso. E parlando di Giulia arriva a una delle riflessioni più belle dell’intera intervista.

 

«La cecità è un elemento. Non è l’elemento.»

 

Perché nessuna persona può essere ridotta alla propria disabilità, così come Giulia può essere disordinata o dimenticare le cose, lui può non vedere, sono caratteristiche, non definizioni, sono parti di una persona, non la persona intera.

 

«Non esistono problemi di serie A o serie B. Esistono atteggiamenti di serie A o serie B.»

 

È una riflessione che parla a tutti, alle persone con disabilità, alle famiglie, agli insegnanti, agli educatori, perché, come ricorda Daniele, nella vita tutti ci troviamo prima o poi a dover ripartire e ciò che fa davvero la differenza non è l’ostacolo che incontriamo, ma il modo in cui scegliamo di affrontarlo. La disabilità esiste, incide sulla vita, ma non racconta tutto ciò che siamo, le persone sono molto di più dei loro limiti, sono relazioni, passioni, sogni, possibilità e soprattutto sono ciò che scelgono di diventare.

 

Il futuro di Real Eyes Sport

Quando Daniele parla del futuro di Real Eyes Sport, immagina un’associazione capace di costruire ponti, tra persone, esperienze diverse, tra disabilità differenti. L’esperienza vissuta nello sport paralimpico gli ha insegnato che l’inclusione non significa stare soltanto con chi vive la nostra stessa condizione, significa scoprire quanto possiamo essere utili gli uni agli altri.

 

«Se stai con una persona in sedia a rotelle, magari lei mette gli occhi e tu metti le gambe. Ognuno porta qualcosa.»

 

Per questo Daniele sogna un’associazione sempre più aperta, capace di coinvolgere bambini e ragazzi con diverse disabilità, ma anche insegnanti, educatori, terapisti e famiglie, perché secondo lui lo sport è ancora una risorsa poco utilizzata. Un potente strumento educativo che può contribuire non soltanto al movimento, ma alla crescita personale, relazionale ed emotiva dei ragazzi.

 

Il messaggio più importante? Non ai bambini, ma ai genitori

Quando gli viene chiesto quale messaggio vorrebbe lasciare a un bambino cieco che legge la sua storia, Daniele sceglie di parlare ai genitori. Perché un bambino cresce all’interno dello sguardo degli adulti che lo circondano. Cresce dentro le aspettative, le paure, i sogni e le speranze della propria famiglia. E per questo, secondo Daniele, il primo cambiamento deve partire proprio da lì: dalla capacità degli adulti di continuare a vedere un figlio prima della sua disabilità.

Quando una famiglia riceve una diagnosi di disabilità visiva, spesso entra in una modalità di gestione. Arrivano le visite, le terapie, gli esercizi, i controlli, le preoccupazioni, le domande sul futuro. Tutto diventa urgente. Tutto sembra indispensabile e, spesso, quasi senza accorgersene, le giornate finiscono per ruotare sempre attorno agli stessi appuntamenti, agli stessi obiettivi e alle stesse richieste di impegno.

E spesso qualcosa si perde: la leggerezza, il gioco, la spontaneità, la gioia e la possibilità di essere semplicemente bambini. Di annoiarsi, correre, stancarsi e divertirsi senza che ogni attività debba avere uno scopo terapeutico o educativo.

 

«Se mio figlio vedesse, la giornata che gli sto proponendo gli piacerebbe davvero?»

 

È la domanda che Daniele invita ogni genitore a porsi.

Nelle sue parole emerge una convinzione profonda: l’autonomia non nasce soltanto dalle competenze. Nasce anche dalla felicità, dalla fiducia e dal sentirsi accolti per ciò che si è, e non soltanto per ciò che si riesce a fare.

 

«Una persona infelice non può trasferire felicità.»

 

Ed è forse questa la lezione più preziosa che consegna alle famiglie.

Per Daniele il vero successo è crescere un bambino felice, curioso e libero di fare esperienza del mondo. Perché il talento può nascere ovunque, ma solo se qualcuno gli permette di uscire allo scoperto.

 

Laura Tragaj

Fondatrice e Responsabile Editoriale – In Vista