Chi vede meno mi ha insegnato nuovi modi per guardare
“La storia di Fabio Moscatelli – IN VISTA”
Per Fabio Moscatelli la fotografia non nasce semplicemente dal desiderio di scattare immagini, ma dal bisogno di raccontare storie.
Il suo percorso nella fotografia è iniziato quasi vent’anni fa, da autodidatta. All’inizio fotografava soprattutto durante i viaggi, ma presto sentiva il bisogno di fare qualcosa di diverso.
La svolta arriva con un progetto realizzato in un luogo molto particolare: l’ex caserma occupata di via del Porto Fluviale a Roma. Quel lavoro gli permette di vincere una borsa di studio alla Scuola Romana di Fotografia, dove incontra grandi fotografi e insegnanti che segnano profondamente il suo percorso. Ma il legame con la disabilità visiva nasce molto prima. Fabio è cresciuto accanto a suo nonno, che perse la vista a 47 anni.
“Mio nonno mi insegnò a leggere prima ancora che andassi a scuola. Mi regalò Zanna Bianca e mi insegnò le lettere attraverso le forme. Raccontare la cecità attraverso la fotografia, nasce proprio come omaggio a mio nonno”
Quel ricordo è rimasto con lui negli anni. Ed è anche per questo che, quando entra per la prima volta al Sant’Alessio, sente di trovarsi in un luogo che gli è familiare.
L’ingresso al S.Alessio – Margherita di Savoia
Fabio Moscatelli entra per la prima volta al S.Alessio con un progetto, con delle idee, ma soprattutto arriva con una storia che si porta dietro da sempre. Quella di suo nonno, l’uomo che lo ha guidato dentro le parole, dentro la lettura, dentro il mondo.
Durante quel primo incontro gli viene chiesto se ha familiarità con la disabilità visiva. Fabio risponde con un ricordo.
Racconta di suo nonno, di Zanna Bianca, di quelle lettere imparate attraverso le forme, prima ancora di entrare a scuola. E proprio durante quell’incontro arriva una frase che lo colpisce profondamente.
Gli viene detto che la cecità non è solo buio. Che esistono molte sfumature. Che, a volte, può essere come una luce troppo forte, così intensa da non permettere di vedere. Un’immagine semplice, ma capace di spostare completamente lo sguardo.
Per anni il fotografo Fabio Moscatelli ha attraversato i corridoi del Sant’Alessio con la sua macchina fotografica, raccontando momenti di vita quotidiana di persone cieche e ipovedenti di ogni età: bambini, adulti e anziani, operatori e relazioni.
Attraverso i suoi scatti emergono gesti semplici: una mano che cerca un appoggio, un sorriso improvviso, una conversazione silenziosa. Fotografie che raccontano una realtà spesso invisibile agli occhi della società.
La fiducia prima dello scatto
Fotografare le persone, per Moscatelli, non significa semplicemente scattare una foto. Significa prima di tutto costruire una relazione.
“Le persone devono sapere che chi le fotografa vuole davvero raccontare la loro storia.”
Negli anni ha incontrato bambini, adulti e anziani ciechi e ipovedenti e quando gli si chiede se qualcuno gli è rimasto più nel cuore, la risposta arriva immediata:
“Tutti.”
Perché con ognuno di loro ha condiviso un pezzo di strada. Tra i ricordi più emozionanti ce n’è uno nato per caso, al mercato di Testaccio. Una famiglia passa accanto a lui. Dopo qualche minuto, il padre torna indietro. “Ciao sei Fabio? C’è mio figlio che ti vuole salutare. Ti ha riconosciuto dalla voce.”
Era Gabriele, uno dei bambini incontrati al S.Alessio.
Fotografare chi non vede
Fotografare persone cieche o ipovedenti significa confrontarsi con una sfida particolare. La fotografia è un’arte visiva. E in questo caso non può essere completamente condivisa con chi viene ritratto. Per questo Moscatelli sente che serve ancora più empatia, ancora più rispetto. Fin dall’inizio decide di evitare qualsiasi racconto pietistico.
“Non volevo uno sguardo misericordioso. Volevo restituire dignità, coraggio e una straordinaria normalità.”
In alcune sue fotografie accade qualcosa di sorprendente. Le persone ritratte sembrano quasi vedere. Come nel caso di Matilde, che racconta il matrimonio della figlia mentre tiene in mano alcune fotografie. “Abbassa lo sguardo come se le stesse guardando davvero.”
È proprio questa la chiave del lavoro di Fabio, mostrare la vita, la presenza, non la mancanza.
Una mostra per raccontare storie e realtà spesso invisibili
Con il tempo il progetto diventa qualcosa di più grande. Moscatelli capisce che quelle fotografie devono incontrare il pubblico.
Nasce così una mostra fotografica inclusiva, pensata per raccontare queste esperienze a chi non le conosce. La prima esposizione si tiene a Officine Fotografiche di Roma, seguita da una mostra al festival di fotografia sociale di Mantova “Non c’è limite al limite”.
Le storie che restano
Tra gli incontri nati durante il progetto c’è anche quello con Samuel, un bambino con acromatopsia, una condizione che non permette di percepire i colori. Da quell’incontro nasce un nuovo racconto fotografico. Ma anche in questo caso Moscatelli sceglie di non mettere al centro la disabilità.
“Il protagonista è Samuel. La disabilità fa parte della sua storia, ma la storia è quella di un bambino che cresce.”
Un insegnamento inatteso
Guardando indietro a questo percorso, Fabio Moscatelli non parla solo di fotografia. Parla soprattutto di quello che ha imparato. Ricorda le parole di un ragazzo che aveva perso la vista da poco.
“Mi disse: ho capito che posso continuare a vivere. Forse più lentamente, ma posso continuare a vivere.”
Una frase semplice, ma potente. Perché, come dice lo stesso Moscatelli, queste persone non sono eroi. Ma spesso possono essere maestri di vita.
Lo sguardo di chi racconta la disabilità con rispetto e profondità. Le fotografie di Fabio Moscatelli ci ricordano che la disabilità visiva non è solo una condizione da spiegare, ma una realtà fatta di relazioni, dignità e vita quotidiana. A volte sono proprio le persone che vedono meno a insegnarci nuovi modi di guardare il mondo.


