“Per un bambino cieco o ipovedente le mani diventano fondamentali per conoscere il mondo. Come possiamo aiutarlo a usarle meglio per esplorare e imparare?”
L’esperto risponde: Con la Dott.ssa Maria Luisa Gargiulo
Nel mio libro “Il bambino con deficit visivo”, nel capitolo 3, compare un paragrafo dal titolo: “Impariamo insieme a toccare”. È una frase breve, ma contiene già un’idea fondamentale. Per un bambino cieco o ipovedente le mani sono uno strumento essenziale per conoscere, esplorare, capire e agire sul mondo, ma tutto ciò si deve apprendere.
Questo punto è importante, perché una povertà di esperienze manuali e tattili può tradursi in una deprivazione esperienziale. Se il bambino usa poco le mani, quando ad esempio gli adulti si sostituiscono troppo spesso a lui, rischia di fare meno esperienze concrete, di raccogliere meno informazioni significative dalla realtà e di costruire con maggiore difficoltà conoscenze stabili. E tutto questo non riguarda solo la manualità: può influire sullo sviluppo generale e anche su quello cognitivo.
Obbiettivi trasversali
Il lavoro sulle mani dovrebbe accompagnare tutta la crescita, dalla primissima infanzia fino all’adolescenza. Cambiano le attività, cambiano i materiali, cresce la complessità, ma i 3 obiettivi di fondo restano gli stessi e vanno coltivati insieme. Il primo è l’attenzione tattile, cioè la capacità di mantenere l’attenzione su ciò che le mani percepiscono. Il secondo è la discriminazione tattile, cioè la capacità di cogliere differenze sempre più fini tra forme, superfici, dimensioni e consistenze. Il terzo è la motricità fine, cioè la capacità di usare mani e dita in modo sempre più preciso, coordinato e funzionale.
Spesso si pensa che, per un bambino cieco, toccare bene sia qualcosa di spontaneo. In realtà non è così. Le mani vanno educate, e vanno educate nel tempo. È per questo che nei percorsi educativi e riabilitativi gli obiettivi legati al tatto e alla motricità fine sono così importanti, e che le famiglie vengono giustamente incoraggiate a sostenerli anche nella vita quotidiana.
Sviluppare il tatto in modo ecologico
Il modo migliore per sviluppare queste competenze è legarle alla vita vera, a ciò che interessa davvero al bambino, a ciò che desidera. Quando vuole raggiungere un oggetto, aprire un contenitore, cercare qualcosa, suonare uno strumento o attivare una musica che gli piace, è molto più motivato a impegnarsi e a tollerare la fatica dell’esplorazione. È proprio in queste situazioni che le mani diventano davvero uno strumento di conoscenza e di azione.
Per questo è importante non anticipare sempre tutto e non sostituirsi troppo a lui. Ogni volta che l’adulto fa al posto suo ciò che il bambino potrebbe provare a fare con le mani, anche con fatica, gli sottrae un’occasione preziosa di apprendimento. Le mani, infatti, dovrebbero essere usate in modo ecologico, cioè dentro la vita di tutti i giorni: non solo attraverso esercizi artificiali, ma dentro attività vere, che servano a ottenere un risultato, a risolvere un piccolo problema, a intervenire concretamente sul mondo reale.
Naturalmente, a queste occasioni quotidiane si devono affiancare attività educative e riabilitative più specifiche. Ma il punto centrale non cambia: per un bambino con deficit visivo, lo sviluppo delle competenze tattili e manuali dovrebbe stare tra i primi obiettivi di ogni programma educativo e riabilitativo.
La qualità dell’insegnamento all’uso delle mani
C’è poi un aspetto meno evidente, ma decisivo: l’appropriatezza dell’insegnamento all’uso delle mani. In trenta anni di lavoro in questo settore non ho incontrato moltissimi educatori e riabilitatori preparati a sostenere in modo adeguato questo sviluppo. Una delle ragioni è che molto spesso le mani vengono pensate in modo riduttivo, come se fossero soltanto uno strumento per agire. Che è il modo in cui le usano le persone vedenti. Per un bambino cieco o ipovedente, invece, le mani hanno una duplice funzione: prima di tutto percepiscono, poi agiscono. E proprio questo è uno dei punti che più facilmente sfuggono a chi non ha una formazione specifica.
Quando tale distinzione non è chiara, si tende a trascurare o addirittura a omettere tutte quelle competenze che hanno una funzione percettiva e preparatoria all’azione: l’esplorazione rallentata, l’orientamento delle mani sull’oggetto, il corretto posizionamento nello spazio rispetto a ciò che si deve conoscere o manipolare, la capacità di raccogliere informazioni prima di intervenire. Sono passaggi essenziali, ma da chi non è competente spesso vengono saltati, come se il bambino dovesse semplicemente imparare a fare. In realtà, se gli si insegna a usare le mani come le userebbe un vedente, il bambino cieco non impara ciò che davvero gli serve. Il vedente, infatti, usa prevalentemente le mani come strumento di azione, mentre il bambino con deficit visivo deve imparare a usarle anche, e prima ancora, come strumento di percezione.
Questo è un esempio molto concreto del motivo per cui in questo campo è facile sbagliare. Insegnanti e riabilitatori non possono trasferire ciò che hanno imparato lavorando con bambini vedenti, perché qui le richieste evolutive sono diverse. Se si insegnano competenze pensate per chi dispone del controllo visivo, si finisce inevitabilmente per andare nella direzione sbagliata.
Un secondo errore frequente riguarda la coordinazione bimanuale complementare, cioè il modo in cui le due mani si specializzano mentre lavorano insieme. Talvolta si pensa che una mano debba limitarsi a reggere l’oggetto e l’altra debba agire su di esso. Ma questa lettura è spesso sbagliata. Nella coordinazione bimanuale del bambino cieco, infatti, si realizza la sostituzione della coordinazione oculo-manuale: una mano, in un certo senso, svolge una funzione percettiva simile a quella dell’occhio, mentre l’altra compie l’azione. Se questo principio non viene compreso, il rischio è di insegnare gesti funzionalmente inefficaci.
Come fare per non sbagliare
Per insegnare a un bambino disabile visivo a compiere un’azione con le mani, non basta sapere qual è il risultato da raggiungere. Bisogna saper analizzare e progettare quel compito in modo extra visivo. In parole semplici, bisogna sapere come quella stessa azione si possa fare senza vedere, per poterla davvero insegnare. Il modo più sicuro, infatti, è essere capaci in prima persona di compiere quelle azioni senza vedere, prima di proporle al bambino.
Questa è una competenza molto meno diffusa di quanto si immagini. Chi educa le mani di un bambino cieco o ipovedente deve essere in grado di pensare le attività senza affidarsi al controllo visivo. Solo così potrà costruire proposte davvero utili, realistiche e trasferibili nella vita quotidiana. Le attività più efficaci, infatti, sono proprio quelle pensate a partire da ciò che le mani possono realmente fare senza vedere.
Aiutare un bambino cieco o ipovedente a usare davvero le mani, dunque, non significa soltanto farlo toccare di più. Significa riconoscere che in quelle mani passa una parte decisiva della sua possibilità di conoscere, imparare, scegliere, agire e crescere. Ed è proprio da lì, da quelle mani accompagnate con intelligenza e rispetto, che può prendere forma una parte importante della sua autonomia.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Luisa Gargiulo


