La normalità è un atto di coraggio

L'inquadratura presenta due persone in primo piano durante una festa di compleanno. Un uomo è seduto davanti a una torta, mentre una donna bionda è in piedi dietro di lui, abbracciandolo affettuosamente dalle spalle. Entrambi sorridono con gioia, trasmettendo un profondo senso di legame e felicità condivisa.

“La storia di Mamma Francesca – IN VISTA”

 

Una presenza che apre possibilità

Francesca non parla per teoria, ma per esperienza: la sua è una testimonianza di “intelligenza pratica” applicata all’amore materno. Un amore dove il sostegno a un figlio ipovedente, e in seguito cieco totale, non è mai stato una campana di vetro, ma un trampolino verso l’indipendenza.

Donna “poliedrica”, dalla vita che è come un mosaico di cambiamenti oggi, a quasi 70 anni, Francesca è un’esplosione di energia: attrice teatrale, praticante di Tai Chi e “accompagnatrice” instancabile per chi non ha l’automobile. Questa sua vivacità intellettuale e la sua capacità di reinventarsi sono state le chiavi per guidare il figlio Claudio nel suo percorso di crescita.

Scegliere di educare alla vita

La sfida inizia quando Francesca ha 30 anni, con la nascita prematura di Claudio il suo primo ed unico figlio. Fin dai primi mesi al Policlinico Umberto I di Roma, arrivano i segnali: un occhio è perso subito, l’altro conserva una visione ridotta. Claudio cresce come ipovedente fino ai 12 anni, un periodo in cui Francesca lo segue passo dopo passo, imparando le basi del Braille e del solfeggio musicale per non vedenti per sostenerlo. Quando sopravviene la cecità totale, Francesca e suo marito non si lasciano abbattere:

“È stato un colpo, ma non ci siamo disperati. Ci siamo rimboccati le maniche”.

La sua praticità ha subito preso il sopravvento sulle insicurezze.

“Ho capito che la mia intelligenza serviva a Claudio”.

Francesca ha scelto di non vedere in suo figlio un “poverino” da proteggere, ma un individuo da crescere per la vita. Questo rifiuto del pietismo è stato il suo atto d’amore più grande.

Imparare a fidarsi delle proprie capacità

Le difficoltà maggiori non sono state tra le mura di casa, ma fuori. Francesca ricorda l’isolamento di Claudio durante le medie e la scarsa sensibilizzazione nelle scuole a questo si univano sfide logistiche enormi, come i viaggi da Mazzano Romano fino a Rieti solo per poter stampare i libri in Braille, data la mancanza di servizi di prossimità.

Francesca ha educato Claudio con una filosofia precisa: sostituire la commiserazione con strategie alternative a volte severe ma piene d’amore. Un episodio emblematico accadde quando Claudio era ancora ragazzo. Francesca aveva appoggiato un cartone del latte sul sedile del passeggero. Claudio, salendo in auto, si sedette di colpo senza controllare, facendo esplodere il latte ovunque.

Invece di consolarlo, lo sgridò con decisione. Non era rabbia per il danno, ma una lezione di vita: “Proprio perché tu non vedi, non puoi permetterti il lusso di sederti ‘al buio’. Devi usare le mani. Devi toccare sempre il posto dove stai per appoggiarti, perché oggi è un cartone del latte, ma domani potrebbe essere un pezzo di vetro o qualcosa di pericoloso”.

Questo insegnamento, apparentemente severo, era in realtà un dono prezioso.

Coltivare relazioni e apertura

Dietro la corazza pragmatica di Francesca, il carico emotivo più difficile da reggere non è stata la cecità di Claudio, ma il silenzio che si creava intorno a lui. Vedere il proprio figlio isolato durante gli anni della scuola, osservare gli altri ragazzi allontanarsi perché non sapevano come interagire, è stata una ferita profonda.

 “Sentivo il peso della sua solitudine, ed era più forte di qualunque diagnosi medica

Fu proprio questo dolore a spingerla verso un atto di fede fuori dal comune. Recandosi al santuario della Madonna delle Tre Fontane dove Francesca chiedeva la grazia e la vista, un giorno si ritrovò incapace di chiedere il miracolo. In quel momento di illuminazione, capì che la sua priorità era un’altra:

“Non riuscivo a pregare per i suoi occhi. Da quel momento determinai, anche se fosse rimasto cieco, avrebbe avuto una vita piena, fatta di amici, di risate e di normalità”.

La libertà come conquista

Per Francesca, la vittoria più grande non è stata la guarigione, ma la fine dell’isolamento. Questa determinazione l’ha portata a spingere il figlio fuori di casa, a incoraggiare ogni incontro, convinta che un ragazzo senza vista ma circondato da amici fosse molto più felice di un ragazzo vedente ma solo. Oggi, vedendo Claudio inserito, amato e circondato da persone, Francesca sa che la sua determinazione è più forte di ogni altra cosa, la cecità è rimasta, ma l’ombra della solitudine è svanita.

Grazie a questa educazione, Claudio ha ereditato la poliedricità della madre. Ha studiato pianoforte, ha imparato l’informatica “mettendo letteralmente le mani dentro i computer” e ha praticato sport incredibili: dallo sci guidato via radio alla barca a vela.

La sua vera passione sono i motori. Claudio è diventato navigatore di rally per non vedenti (Progetto MITE), leggendo le note in Braille e guidando il pilota verso il podio. Ha persino ottenuto un attestato di drifting, gestendo i comandi di un’auto in derapata. La casa di Francesca è piena di coppe e trofei e oggi, a 40 anni, Claudio vive una vita piena: convive con una ragazza, lavora come meccanico e vende automobili, che sa riconoscere perfettamente dal solo rumore del motore, la cosa si complica con le auto elettriche molto silenziose ma sta cercando una sua strategia per riconoscerle.

Un invito al coraggio:

 “Non tenete questi ragazzi sotto una campana di vetro. Fidatevi di loro”.

Esorta le mamme a non essere pietose:

“Se vostro figlio fa uno sbaglio, sgridatelo come fareste con un figlio vedente. Solo così si sentirà normale“.

L’autonomia, si costruisce nei piccoli gesti quotidiani: portare le borse della spesa, prepararsi il caffè, sentirsi parte attiva della casa, sino ad arrivare ad esperienze apparentemente impossibili come partecipare ad una gara automobilistica.

In Vista

Il messaggio che questa storia mette “In Vista” è che la cecità non toglie la dignità. Impedire a un figlio con disabilità di sbagliare, correre o di cadere significa affidargli una seconda disabilità. La normalità è il coraggio di chi sa che, anche se non vede la meta, può comunque correre per raggiungerla alla massima velocità come su un’auto da corsa.