La Rivoluzionaria del Profondo che riscrive il mondo con le Parole

Michela sorridente che indossa una corona di alloro e una fascia rossa con la scritta "ME SÒ LAUREATA". È in piedi al centro di una strada asfaltata, indossa un abito chiaro e un cardigan grigio, e tiene in mano un bicchiere rosso.

Non chiamatela disabilità: per Michela esiste la “specificità”. Una lezione di linguistica, filosofia e umanità; un messaggio potente che parte dai banchi della Sapienza per arrivare al cuore di medici e genitori.

“Non sono cieca: io vedo in modo autentico”.

 

“La storia di Michela Cota – IN VISTA”

 

Introduzione

 

In un mondo che spesso si ferma alla superficie delle cose, alla “vista ottica” che domina chi usa prevalentemente gli occhi per scoprire il mondo, Michela propone una rivoluzione che parte dal vocabolario. 29 anni, studentessa magistrale di Scienze Linguistiche alla Sapienza e capitana della Roma Blind Football, Michela non usa le parole solo per descrivere la realtà: le usa per ridefinirla, rendendo il confronto tra persone più autentico, profondo e, soprattutto, umano.


Oltre il limite: dalla “Disabilità” alla “Pro-abilità”

 

Che Michela sia una rivoluzionaria di senso lo capisco subito dalle sue prime parole: dirette, coraggiose, sfidanti. Vanno a colpire i miei schemi mentali e il mio cuore. Come lei, sono appassionata di rivoluzionari, non di quelli che usano le armi o la violenza per cambiare le cose. Cerco chi conoscere chi compie una “rivoluzione umana” quella rivoluzione che secondo Daisaku Ikeda (scrittore, leader buddista e filosofo) è un processo interiore di trasformazione profonda che permette di superare i propri limiti, sviluppare il potenziale positivo e cambiare il proprio destino. Questo cambiamento individuale interiore non si limita ad un automiglioramento ma si riflette all’esterno, contribuendo a una trasformazione sociale e alla pace.

Il punto di partenza di Michela è un atto di ribellione terminologica. Rifiuta il termine “disabilità” come si rifiuta un abito di una taglia troppo stretta. “I termini non vedente o cieco designano i limiti, la diagnosi scientifica”, spiega con la precisione di chi studia la lingua ogni giorno. “Invece, se parlassimo di abilità e di possibilità, avremmo una visione più nitida. Io sono una persona con abilità nel vedere in modo autentico, non diverso, ma autentico”.

Sentendola parlare, il pensiero corre a Martin Heidegger, il filosofo che distingueva tra vita “inautentica” (quella del si dice così, del si fa così) e vita autentica. Vedere in modo inautentico significa vedere attraverso il pregiudizio sociale, il “pietismo” o l'”abilismo”. Vedere in modo autentico significa rivendicare il proprio modo di percepire come unico e vero. Quando Michela mi dice “non parlo alla cieca”, sta rifiutando la visione inautentica che il mondo ha di lei per affermare la propria verità esistenziale. È una prospettiva che, se accolta con umiltà, insegna tantissimo. Ci siamo mai chiesti cosa significhi per ognuno di noi, o per chi ci sta accanto, vedere in modo autentico?

Per Michela, la vera cecità è culturale. Introduce così il concetto di “vista ottica” e “vista sensoriale o vicariante”: “La vista ottica è quella della superficie, di chi è limitato perché non vuole andare oltre la propria zona di comfort. La vista sensoriale è quella della profondità. I veri ciechi sono quelli che non vogliono vedere davvero”.

 

Sette sensi per abitare il mondo

 

Se il sapere comune si limita alla conoscenza dei cinque sensi sensoriali, quello di Michela ne conta almeno sette. I 5 Sensi tradizionali sono i canali attraverso cui riceviamo i dati grezzi dal mondo. L’udito (per cogliere le sfumature della voce, dei suoni e l’orientamento spaziale) il tatto (per conoscere la forma e la sostanza delle cose) l’olfatto (per identificare luoghi, persone e atmosfere), il gusto (per riconoscere il sapore delle cose) e la vista ottica, quella che Michela definisce spesso come “superficiale” se non accompagnata dagli altri sensi, perché si limita alla crosta esterna della realtà. A questi 5 sensi Michela aggiunge 2 sensi capaci di indagare la profondità della vita. Senza questi due, la percezione resta incompleta, “cieca” nel senso spirituale e relazionale del termine. Per Michela il sesto senso è la Mente: non solo intelligenza, ma capacità di elaborare e nominare. Per lei, la mente organizza la realtà. È lo strumento della linguista: dare il nome giusto alle cose è un atto percettivo. “Io ho una specificità visiva, non una disabilità”, ripete. Se la mente è “accesa”, vede possibilità dove altri vedono limiti. Il settimo senso è il Cuore, il senso empatico. Senza il cuore, la vista è solo una macchina fotografica fredda; con il cuore, la vista diventa connessione. È qui che nasce la sua proposta culturale: la “Pro-abilità”, un termine che sostituisce il prefisso negativo dis- con il propositivo pro-. “Il termine pro-abilità racchiude tutto ciò che c’è di positivo da sapere”.

 

Un manifesto per i medici: la Medicina Narrativa

 

Il cuore è il senso più importante per la Medicina Narrativa, un argomento di cui non si parla mai abbastanza e che merita sviluppi prioritari. Michela afferma: “Bisogna, prima di tutto, sentire”. Il “sentire” del cuore è intuizione, capacità di percepire l’essenza dell’altro prima ancora di parlarci. È ciò che permette di “vedere davvero” una persona oltre la sua diagnosi.

Michela ricorda i momenti freddi della sua nascita, quando a sua madre fu detto che la figlia non avrebbe mai potuto “guardare la luce”. Per questo lancia un appello alla classe medica: “Cercate di non calpestare le persone con le parole. Bisogna sentire, pensare e poi dire. Cuore, mente, parola: questo è l’ordine corretto”.  La diagnosi non deve essere una sentenza di privazione, ma la descrizione di una condizione da abitare con empatia. “Bisogna raccontare la storia della persona, non del paziente”. Quanto sarebbe rivoluzionario, per un genitore come me, veder abbracciata questa visione negli ospedali, nei centri riabilitativi e nella società?

 

Il calcio e l’importanza dei Maestri

 

Michela non è solo una studentessa eccellente; è una grande sportiva. Capitana della squadra femminile della Roma Blind Football, vive il calcio come un’esperienza di pura sensibilità: “Il calcio è una terapia, un’ispirazione. Gioco per portare sul campo la mia specificità, non la mia mancanza”.

Questa forza interiore si nutre di una costellazione di maestri che Michela definisce, appunto, “rivoluzionari”. Per lei, il maestro non è qualcuno che ti dice cosa fare, ma qualcuno che ti offre un’indicazione attraverso il proprio esempio. È una guida che non si limita a insegnare, ma che innesca una rivoluzione interna.

Tra questi rivoluzionari della sensibilità spicca Francesco Totti, che lei descrive non come un semplice idolo sportivo, ma come un “rimedio”: “Lui del calcio ne ha fatto una cura. È un esempio di chi va al di là di tutto”. C’è poi la “poesia della parola” di Renato Zero, capace di scavare nel profondo delle situazioni, e l’innovazione di Raffaella Carrà, una donna che ha rivoluzionato la televisione e il linguaggio, creando neologismi capaci di entrare persino nel dizionario Treccani. Questi sono, per Michela, maestri che hanno usato il proprio talento per ridefinire la cultura e la percezione comune.

Ma il riferimento più profondo, il maestro che incarna la rivoluzione suprema, è San Francesco. Michela lo vede come il rivoluzionario che scelse di spogliarsi di tutto per trovare l’essenziale: “Lui ha saputo guardare oltre il disgusto, ha abbracciato il lebbroso e gli ha baciato le mani. Siamo nel 1200, eppure il suo è un messaggio attualissimo: apprezza ciò che hai, lascia perdere i fronzoli e i discorsi pieni di lungaggini sull’inclusione. Bisogna parlare semplice, dritti al punto, con saggezza”.

In questa prospettiva, i maestri sono coloro che ci insegnano a spogliarci delle sovrastrutture, di quella “vista ottica” superficiale, per attivare gli occhi del cuore e della mente.


Consigli ai genitori: “Cancellate il senso di colpa”

 

Il messaggio più commovente è dedicato alle famiglie: “Non vi sentite in colpa di niente. Ci sono vite e vite, tutto è vita”. Michela invita i genitori a non dirigere, ma ad accompagnare. “Un genitore non deve aspettarsi che il figlio faccia questo o quello. Se lo deve sentire. Se il bambino sbaglia, bisogna dirgli: ‘Bene! La prossima volta ritenta, sarai più fortunato'”. È il rinforzo positivo di Maria Montessori: il bambino scopre il mondo attraverso il gioco, senza la pressione di dover essere “normale” secondo i canoni della vista ottica.


Conclusione: Guardare in faccia l’obiettivo

 

Oggi Michela vive con un’ironia che definisce, con acume, “segno di intelligenza”. Non è un’ironia difensiva, ma uno strumento per smascherare le false certezze di chi crede che “vedere” sia solo un atto fisiologico. Come scriveva Pirandello, l’ironia è quel “sentimento del contrario” che permette di cogliere il profondo oltre l’apparenza.

Da esperta di linguistica, Michela sa che “i limiti del linguaggio significano i limiti del mondo”. Sostituendo “disabilità” con “specificità”, lei espande i confini del possibile per tutti noi. “Io non parlo alla cieca, io guardo in faccia l’obiettivo”, dice scherzando, invitandoci a non focalizzarci sulla mancanza, ma sulla potenza dell’essere. “Il buio non esiste, esiste solo ciò che non è stato ancora illuminato dalla saggezza”.

Il suo saluto finale è una promessa: “Ci vediamo in giro, e non perdiamoci di vista”. Perché per vedere Michela, e il mondo che lei sta costruendo, non servono gli occhi, ma il coraggio di usare tutti e sette i sensi. Anche il mio finale è una promessa, mi riprometto che tutto quello che ho imparato dialogando con Michela io possa tradurlo in azioni, in parola scritta, perché questo linguaggio potenziante divenga parte di me, del mio stile e alla fine divenga parte costruttiva della realtà di tutti noi.


Elena Peruzzi

Redazione In Vista