Come possiamo aiutare un bambino con disabilità visiva a riconoscere e valorizzare ciò che sa fare, senza che la sua disabilità diventi il centro della sua identità?

Ripresa di spalle di un bambino con i capelli chiari e ricci che corre felice su un prato verde verso una figura materna sfocata sullo sfondo, pronta ad accoglierlo a braccia aperte in una giornata di sole.

L’esperto risponde: Con la Dott.ssa Maria Luisa Gargiulo

 

Vedere ciò che il bambino sa fare è il primo passo

 

Per aiutare un bambino a riconoscere ciò che sa fare, bisogna prima porsi una domanda: io riesco davvero a vedere ciò che mio figlio sa fare, specialmente quando lo fa in un modo diverso dal mio? Questa è una domanda importante, perché spesso il problema non è che il bambino non abbia competenze, ma che noi facciamo fatica a riconoscerle quando non assomigliano a quelle che ci aspetteremmo o in un bambino che fa le cose come le facciamo noi.

 

Dal punto di vista educativo, molti genitori si ispirano automaticamente a ciò che hanno visto attorno a loro, usando strumenti che hanno dentro di sé in modo naturale.

Ad esempio, si ripropone spontaneamente ciò che si è visto fare alle proprie amiche con i figli, oppure a ciò che si è fatto con altri figli. E in condizioni ordinarie questo patrimonio di esperienze funziona davvero come una guida. Ma quando il bambino ha una disabilità visiva, questa continuità si interrompe almeno in parte. Il genitore si accorge che alcuni dei saperi educativi che conosce non si applicano del tutto a suo figlio, o non si applicano nello stesso modo. Capisce che il risultato da raggiungere può essere simile, ma che la strada per arrivarci può essere diversa. Ed è qui che spesso si sente spiazzato, perché non riesce ad applicare in modo lineare le sue esperienze alla relazione con il proprio figlio con deficit visivo.

 

Per questo, rispondere alla domanda su come aiutare il bambino a valorizzare ciò che sa fare significa anche rispondere a un’altra domanda, più intima e più scomoda: che cosa provo io quando mio figlio riesce a fare qualcosa e la fa in un modo che io non userei mai? Quanto mi allarmo se penso che nella sua identità ci sarà anche il fatto di essere una persona con disabilità visiva? Quanto mi mette in difficoltà il pensiero che io e lui abbiamo molto in comune, ma che per alcuni aspetti siamo e saremo diversi? Quanto mi fido del fatto che il suo modo di affrontare il mondo possa essere giusto per lui, anche se non assomiglia al mio?

 

Queste domande contano moltissimo, perché il bambino costruisce il senso delle proprie capacità anche attraverso lo sguardo dell’adulto. Se l’adulto vede soprattutto mancanze, il bambino riceve implicitamente il messaggio di essere soprattutto uno che non riesce. Se invece l’adulto sa riconoscere con precisione le competenze presenti, anche quando sono piccole, parziali, in costruzione o diverse dal modello atteso, allora il bambino comincia a costruire un’immagine di sé più solida e più vera. In questo senso, valorizzare ciò che sa fare non significa lodarlo genericamente o dirgli soltanto bravo. Significa vedere con accuratezza ciò che ha fatto, comprendere la funzione di quel comportamento e restituirgli il senso della sua efficacia.

 

 

Un episodio recente

 

A questo punto vi racconto quello che mi è successo sabato mattina, quando sono andata a trovare un bimbo e la sua mamma nella loro casa. Mi trovavo con loro e con l’assistente educativo. La casa era su due piani. Il bagno che il bambino usa era al piano superiore e accanto al bagno c’era la scala che scendeva verso il soggiorno. Il bambino è uscito dal bagno, sapeva che doveva sbrigarsi perché la mia visita era finita e loro dovevano uscire per continuare la giornata. A un certo punto si è fermato e ha battuto i piedi a terra. La mamma ha sorriso e mi ha detto che non capiva perché, prima di andare verso le scale, facesse proprio quel gesto. Io le ho risposto semplicemente che lo stava facendo per sentire dove erano le scale, e le ho fatto notare che aveva fatto la stessa cosa anche prima di entrare in bagno, per sentire dove fosse il varco della porta. In quel momento la mamma ha capito. E quel passaggio è stato molto importante, perché ha potuto riconoscere che il figlio, tra tante cose che ancora non riesce a fare, ne aveva fatta una che invece era adeguata, funzionale, intelligente e contestualmente utile.

 

Aiutare senza ridurre il bambino alla sua disabilità

 

Che cosa possiamo vedere da questo episodio? una cosa semplice e importante: che qualche volta il bambino sa già fare qualcosa, ma l’adulto non ha ancora imparato a leggerlo nel modo giusto. Possiamo vedere che non tutto ciò che appare strano è disfunzionale. Non tutto ciò che è diverso dal comportamento vedente è sbagliato. E non tutto ciò che non somiglia ai nostri modi di fare è segno di un limite. A volte è invece il modo specifico, efficace e sensato con cui quel bambino, proprio in quanto bambino con disabilità visiva, affronta una situazione. Ecco perché credo che il primo passo sia proprio questo: se vogliamo aiutare un bambino a riconoscere ciò che sa fare, dobbiamo prima riconoscerlo noi in modo appropriato.

 

Questo passaggio ha anche un significato psicologico molto profondo. Un bambino non costruisce la propria identità soltanto a partire da ciò che riesce a fare, ma anche da come gli altri interpretano e nominano ciò che fa.

 

Dal punto di vista educativo, allora, diventa essenziale allenarsi a osservare non solo il risultato finale, ma anche il processo. Un bambino magari non riesce ancora a fare da solo tutto un percorso, ma usa bene un punto di riferimento. Non riesce ancora a vestirsi completamente, ma trova in autonomia l’apertura di una manica. Non riesce ancora a orientarsi in tutta la stanza, ma capisce dove si trova una porta. Se l’adulto vede e valorizza questi passaggi, il bambino sente che le sue competenze esistono e che possono crescere. Se invece l’adulto guarda solo ciò che manca rispetto al modello pieno, il bambino può vivere ogni esperienza come una conferma di inadeguatezza.

 

C’è poi un altro aspetto. Per valorizzare ciò che il bambino sa fare, dobbiamo anche tollerare che il suo modo di fare possa essere diverso dal nostro. Questo, per molti genitori, non è semplice. La differenza può inquietare. Può far sentire soli. Può far percepire la disabilità non solo come una caratteristica del figlio, ma come qualcosa che mette in crisi il proprio modo di immaginare la crescita, l’educazione e persino il legame. Ma proprio qui si gioca un passaggio decisivo: riuscire a restare in relazione con il bambino anche nella differenza, senza trasformare quella differenza in allarme o in correzione continua.

 

Aiutare un figlio a riconoscere ciò che sa fare, allora, non significa costruirgli addosso un incoraggiamento artificiale. Significa guardarlo con uno sguardo più libero dalla paura. Significa imparare a vedere le sue competenze reali, anche quando sono atipiche. In fondo, un bambino impara a dire dentro di sé io so fare questa cosa quando prima un adulto ha saputo dirlo, vederlo e pensarlo davvero. E per poterlo fare, qualche volta, il genitore deve compiere un piccolo ma decisivo spostamento interiore: non chiedersi soltanto che cosa manca a mio figlio rispetto agli altri, ma riuscire a domandarsi con sincerità che cosa sta sapendo fare, qui e ora, in questo suo modo particolare di stare nel mondo.

 

Un caro saluto,

Dott.ssa Maria Luisa Gargiulo