Le storie che custodiscono una memoria

roberto scanarotti con occhiali da vista neri, capelli grigi e barba corta guarda verso l'obiettivo, indossando una camicia scura su uno sfondo uniforme color mattone.

“La storia di Roberto Scanarotti – IN VISTA”

 

Dove nascono i racconti

Nel suo percorso di scrittore e biografo di comunità, Roberto Scanarotti ha raccolto e raccontato le storie di persone cieche e ipovedenti, famiglie e educatori, trasformando incontri e testimonianze in una memoria condivisa fatta di umanità, relazioni e vita vissuta.

Nei suoi libri emergono persone vere: con sogni, paure, ironia, fragilità, forza e desiderio di futuro.

In questa intervista ci accompagna dentro il valore delle storie, dell’ascolto e della memoria, raccontandoci quanto un incontro umano possa lasciare un segno nel tempo.


 “Roberto, come è nato il tuo incontro con le persone con disabilità visiva e con le loro storie?”


Ero reduce dalla mia prima esperienza di biografo di comunità con gli anziani di Vitinia, il quartiere romano in cui vivevo in quegli anni. In quel periodo collaboravo anche a un progetto dedicato alla memoria e alle storie di vita delle persone con disabilità visiva, patrocinato dalla Regione Lazio. L’obiettivo era in linea con il percorso di scrittura che avevo appena avviato: custodire e trasmettere la memoria delle persone e dei luoghi, valorizzandone gli aspetti educativi per i singoli e per la collettività. Nel 2015 presentammo le storie di Con le mani io vedrò, primo risultato di un percorso che fino al 2023 condurrà quindi a Liberi, autonomi e felici, E poi venne il coraggio e infine a Cambio di passo.


C’è stato un momento preciso in cui hai sentito che queste storie dovevano essere raccolte in un libro?


Sì, ed è accaduto nei primi incontri dedicati all’ascolto delle testimonianze.

Dietro ogni racconto emergevano ricordi profondi, legami con i luoghi vissuti e pezzi di vita che rischiavano di andare perduti. In quei racconti ho percepito subito emozioni molto forti: nostalgia, legame con i luoghi vissuti e il bisogno di custodire ricordi importanti della propria vita.

Fu proprio l’intensità di quelle emozioni a farmi capire quanto fosse importante raccogliere e conservare queste storie, trasformandole in una memoria condivisa attraverso la scrittura


 

Quando hai iniziato ad ascoltare le testimonianze delle persone, cosa ti ha colpito di più delle loro esperienze di vita?


Il coraggio e la dignità, senza dubbio. In una cornice generale in cui ho visto risaltare l’amore per la vita.


Nei tuoi libri emergono molte vite diverse. C’è una storia che ti è rimasta particolarmente nel cuore?


Ogni storia che ho pubblicato è un po’ anche la mia storia, quella di un esploratore della memoria che ha avuto il privilegio di incontrare molte persone e di godere della loro fiducia. No, non c’è un racconto preferito: continuano a emozionarmi ugualmente, tutte le storie che ho avuto l’onore di scrivere al Sant’Alessio e che a volte torno a rileggere. Una commozione speciale, devo però riconoscere, l’ho vissuta con il progetto dedicato alle mamme dei bambini, grazie all’intensità della loro partecipazione e ai feed-back che mi hanno regalato al termine del percorso.


Raccontare la vita delle persone cieche e ipovedenti significa entrare in una dimensione molto profonda dell’esperienza umana. Cosa hai imparato tu da questi incontri?


Senza dubbio a conoscere meglio me stesso. Perché quando ci si mette in gioco ponendo al centro la relazione, l’ascolto e la fragilità delle esperienze di vita, c’è solo da imparare. Raccogliere le storie, ha detto qualcuno, è come andare a raccogliere i mirtilli senza calpestarli: gli incontri che ho curato al Sant’Alessio mi hanno senza dubbio aiutato a perfezionare metodo e postura interiore di biografo di comunità. Cioè a riflettere sull’attenzione dovuta all’altro e a me stesso, sui limiti da rispettare, sul significato profondo che ogni incontro includeva per i singoli e per la riuscita del progetto. Non vorrei apparire retorico, ma raccogliere le storie dei non vedenti è stato per me come frequentare con profitto una palestra dello sguardo interiore. Con la gratitudine che si prova quando ti accorgi che quel tuo guardare si traduce in un ritorno di emozioni condivise, di sorrisi e abbracci. Al Sant’Alessio ho sicuramente compreso che al buio si può vedere meglio, insomma.


 “Il tuo libro restituisce persone vere, con ironia, sogni, difficoltà e talenti. Cosa vorresti che i lettori portassero con sé dopo aver letto il libro?”


Ogni storia, quando è scritta, appartiene ai singoli lettori. Quindi ogni storia si moltiplica in tante possibili storie, a seconda della sensibilità di chi legge, offrendo le più svariate immagini. Io mi auguro che questi libri possano generare soprattutto stupore e ammirazione. Ma non solo: per chi si affaccia la prima volta al cancello del Sant’Alessio, anche un desiderio di emulazione e un invito alla speranza. Al di là di ciò che prende sostanza attraverso la scrittura, le quattro antologie sulla cecità attirano comunque l’attenzione a partire dalle copertine, realizzate da Alessia Roselli: evocative e simboliche, insieme ai titoli anticipano il senso della narrazione, come fossero dei silenziosi microracconti.


Il Sant’Alessio per molti è stato casa, scuola e punto di riferimento. Che atmosfera hai respirato entrando?


Al di là del clima di professionalità, un’atmosfera di amicizia, sicuramente. E di voglia di futuro. Nelle mie frequenti visite di allora, spesso anche non legate ai progetti di scrittura, ho avuto modo di incontrare persone che mi hanno accolto da amico: Amedeo Piva e Antonio Organtini, in primo luogo, artefici del rilancio di questa struttura, e Isabella, Alessandro, Stefania, le “ragazze” della scuola di teatro…


Se dovessi spiegare a qualcuno che non conosce il Sant’Alessio che cos’è davvero questo luogo, cosa diresti?


Parlerei di un luogo di cura e di speranza. Di un crocevia di storie che assistono e educano. 


Scrivere questi libri ha significato anche custodire una memoria collettiva. Quanto è importante raccontare queste storie oggi?


L’Umanità, quella con la maiuscola, sta vivendo una pericolosa fase di regressione sociale e culturale. L’ambiente e la pace sono sempre sotto minaccia e gli individui tendono a rinchiudersi sempre più in sé stessi, isolandosi da un mondo in cui pensano di vivere facilmente affidandosi a Internet e all’Intelligenza Artificiale. Non sono né un catastrofista né un nemico delle tecnologie, ma da “boomer” che ha esperienza di altri climi sociali non posso che invocare il ritorno all’idea di comunità e alla valorizzazione di buone storie, capaci cioè di interrogare, di offrire spunti critici: in altre parole, di formare. Di questo tema parlo nel recente libro Narr-azione, edito da Mimesis, un saggio-memoir in cui ripercorrendo la mia esperienza di formatore autobiografico e biografico propongo una riflessione sull’importanza delle storie di vita e dei luoghi. Del noi che dovrebbe tornare a ridurre gli eccessi dell’io di cui siamo oggi tutti testimoni. La memoria insegna, e per questo deve essere curata, custodita e diffusa attraverso le pratiche narrative. Le storie, antico pane per l’evoluzione umana del nostro Pianeta, sono scrigni aperti a tutti, dobbiamo solo cercarle e diffonderle: anche questo, nella complessità di quest’epoca, è un modo per dare un contributo al miglioramento della qualità della vita.


Pensi che queste testimonianze possano aiutare le nuove generazioni a guardare la disabilità con uno sguardo diverso?


Per esperienza, posso affermare che i giovani sanno riconoscere e apprezzare le testimonianze sincere di chi può raccontare una storia di successo, ancor più se questo si realizza a partire da un grave svantaggio. Senza perderci in inutili eufemismi, il disabile è una persona che ha altre e diverse abilità rispetto a noi cosiddetti normodotati, ed io questo l’ho compreso ampiamente conoscendo straordinarie persone prive della vista. Credo che sia importante portare le loro testimonianze nelle scuole, coinvolgere i giovani, abbattere barriere e aprire al contrario nuove porte.  


Dopo aver ascoltato così tante storie, cosa pensi che la società possa ancora imparare dalle persone cieche e ipovedenti?


A guardare meglio, con attenzione. Che è anche pensare meglio, pesare le parole, riconoscere e rispettare la storia di chi ci sta davanti.


Se i tuoi libri potessero lasciare un messaggio ai lettori, quale sarebbe?


Se qualcosa non si racconta, semplicemente non esiste. La memoria ha bisogno di voi, voi avete bisogno della memoria.


Dopo aver custodito e raccontato queste storie così importanti, quale sarà il prossimo capitolo del tuo percorso di scrittore? Quali nuove storie senti il bisogno di raccontare oggi?”


Da due anni mi sono trasferito in Abruzzo, a Pineto, dove ho fondato un circolo di scrittura e cultura autobiografica della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, un luogo di incontro e di comunità in cui si incrociano le storie delle persone. Il mio nuovo luogo di vita mi ha anche guidato verso una nuova raccolta di storie di vita, questa volta dedicata al borgo antico di Mutignano. Mentre continuo a incontrare persone, scrivo augurandomi di poter presto riuscire a pubblicare il risultato del mio nuovo viaggio nella narrazione.


In Vista

Mettiamo in vista il potere delle storie, il valore delle parole e dell’ascolto.

Raccontare una vita significa custodirne la memoria, ma anche creare connessioni, comprensione e vicinanza tra le persone. Le pagine di Roberto Scanarotti ci ricordano che ascoltare qualcuno significa anche riconoscerlo, lasciargli spazio e permettere alla sua storia di continuare a vivere nel tempo.

Una storia raccontata non appartiene più solo a chi l’ha vissuta, ma anche a chi, leggendola, ascoltandola, impara a guardare il mondo con occhi diversi.