L’esperto risponde: Con la Dott.ssa Maria Luisa Gargiulo
Accanto alle storie e alle esperienze che condividiamo in In Vista, vogliamo offrire anche uno spazio di orientamento per le famiglie.
Nasce così la rubrica “L’esperta risponde”, in cui la Dott.ssa Maria Luisa Gargiulo, psicologa e psicoterapeuta con una lunga esperienza nel campo della disabilità visiva, ci aiuta a rispondere ad alcune domande che spesso nascono nella vita quotidiana dei genitori.
“Dottoressa, molti genitori si chiedono se sia giusto dire a un bambino cieco parole come ‘guarda’ o ‘vedi’. È naturale continuare a usarle oppure sarebbe meglio scegliere altre parole?”
La risposta è sì. E forse il punto non è neppure questo.
Molti genitori mi fanno questa domanda con una certa esitazione. Temono che usare parole come guarda, vedi, hai visto possa mettere il bambino in difficoltà o ricordargli una mancanza. In realtà, dietro questo dubbio spesso c’è più la preoccupazione dell’adulto che un reale problema per il bambino.
Le persone con disabilità visiva usano normalmente il verbo vedere. Lo usano con gli altri e tra loro. In molti casi non significa vedere con gli occhi, ma accorgersi, notare, rendersi conto. È un uso del tutto naturale della lingua, e una persona non vedente ne comprende perfettamente il significato nel contesto.
Per questo non ha molto senso costruire intorno al bambino un linguaggio artificiale o pieno di cautele. Il bambino ha bisogno di crescere dentro la lingua reale, quella che si usa ogni giorno.
Il punto, semmai, è un altro: stiamo parlando di qualcosa che il bambino può davvero conoscere? Lo stiamo mettendo nelle condizioni di accorgersene?
Se dico: “Guarda la bambola di tua sorella, ha i capelli ricci”, ma il bambino non può toccarla, esplorarla, raccogliere nessun elemento utile, allora quella frase diventa poco adeguata. Non perché contiene il verbo guardare, ma perché attribuisce al bambino una conoscenza che in quel momento non può avere.
Se invece gli permetto di toccare la bambola, di sentirne i capelli, di esplorarla con calma, allora quella stessa frase diventa perfettamente sensata. In quel momento guardare significa accorgersi, fare esperienza, conoscere.
Un bambino con deficit visivo non ha bisogno di adulti che eliminino dal vocabolario il verbo vedere. Ha bisogno di adulti che rendano il mondo accessibile alla sua esperienza, attraverso il tatto, l’udito, il movimento e il tempo necessario per esplorare.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Luisa Gargiulo


