Come posso trovare le parole giuste per spiegare a mio figlio ipovedente che vede meno degli altri, e per dirlo anche agli altri bambini?

L'immagine cattura un momento di relax durante un picnic o un gioco in un prato. In primo piano, un bambino con i capelli castani mossi e gli occhiali da vista scuri è sdraiato a pancia in giù su una coperta bianca. Guarda verso destra con un'espressione curiosa e un leggero sorriso.

L’esperto risponde: Con la Dott.ssa Maria Luisa Gargiulo

Non esiste un unico modo giusto per spiegare a un bambino ipovedente che vede meno degli altri, perché questo dipende da molti fattori. Conta l’età del bambino, conta il suo livello di maturità emotiva, ma conta anche il tipo di ipovisione che presenta. Non tutti i bambini ipovedenti, infatti, hanno le stesse difficoltà, e quindi non tutti hanno bisogno delle stesse parole.

Un bambino con un’ipovisione lieve, che utilizza comunque la vista come canale principale, ha bisogno soprattutto di capire quali cose vede come gli altri e quali invece gli risultano più difficili. In questo caso la spiegazione può basarsi sul confronto, ma in modo concreto e tranquillo.

Per esempio, si può dire:
“Tu vedi, ma per vedere meglio hai bisogno di fare alcune cose. Magari un oggetto piccolo o lontano per te è più difficile da riconoscere, mentre se lo avvicini oppure lo guardi con più attenzione puoi capirlo meglio.”
Oppure: “Gli altri bambini a volte vedono subito una cosa, tu invece hai bisogno di guardarla più da vicino.”
Oppure ancora: “I tuoi occhi, per alcune cose, hanno bisogno di più aiuto o di più tempo.”

Se invece si trattasse di un bambino con un’ipovisione grave, la spiegazione dovrebbe essere centrata meno sul confronto tra quanto vede lui e quanto vedono gli altri, e più sul fatto che lui utilizza molto anche altri sensi per conoscere il mondo.

In questo caso si può dire:
“Tu non usi soltanto gli occhi per capire le cose. Per te sono molto importanti anche le mani, l’ascolto, il modo in cui ti muovi, i rumori, la voce delle persone.”
Oppure: “Ci sono bambini che vedono tante cose solo con gli occhi, tu invece capisci tante cose anche toccandole e ascoltandole.”
Oppure: “Spesso hai bisogno di avvicinarti, di toccare e di ascoltare meglio.”

È importante anche ricordare che questo non dovrebbe essere affrontato come un unico grande discorso, quasi fosse un momento eccezionale o particolarmente difficile. Sarebbe invece più utile che il bambino incontrasse queste spiegazioni tutte le volte che serve, in modo naturale, dentro la vita quotidiana. Non un “momento speciale”, dunque, ma tanti piccoli momenti: mentre si gioca, mentre si è al parco, mentre si è con altri bambini, mentre si commenta qualcosa che è appena successo.
Anche con gli altri bambini, spesso, non servono discorsi complicati. Servono parole semplici, concrete, dette con naturalezza.

Per esempio:
“Chiamalo con il suo nome, perché potrebbe non capire se stai parlando proprio con lui.”
“Se vuoi fargli vedere un gioco, non basta indicarlo con il dito: avvicinaglielo oppure mettilo nella sua mano.”
“Se dici soltanto ‘guarda là’, può non capire dov’è ‘là’, quindi è meglio spiegare cosa vuoi mostrargli.”
“Se vuoi coinvolgerlo nel gioco, chiamalo o toccalo piano, così capisce che ti stai rivolgendo a lui.”
“Quando parlate tutti insieme, per lui può essere più difficile capire chi sta parlando, quindi è utile parlare in modo chiaro e diretto.”
Con il proprio figlio si possono usare frasi altrettanto semplici ma chiare:
“Tu vedi meno degli altri bambini, ma le cose possono essere comunque importanti, belle e interessanti anche per te.”
“Ci sono cose che vedi bene e altre per cui hai bisogno di più tempo o di aiuto.”
“Quando non riesci a vedere bene qualcosa, puoi chiedere che ti venga avvicinata o spiegata meglio.”
“Se qualcuno indica qualcosa e tu non la vedi, puoi dire: fammela toccare oppure avvicinamela.”
“Non c’è niente di strano nel dire agli altri di che cosa hai bisogno.”
La parte più importante, però, non riguarda soltanto le parole. Riguarda il tono emotivo con cui queste parole vengono dette. Il bambino, infatti, non ascolta solo la spiegazione, ma percepisce anche le emozioni dell’adulto: se c’è paura, imbarazzo, fatica o serenità.
Per questo motivo è importante che l’adulto, per quanto possibile, abbia fatto un po’ di chiarezza dentro di sé. Se il genitore vive la condizione del figlio come qualcosa di indicibile o troppo doloroso, anche il bambino lo percepirà in questo modo. Se invece ne parla come di una caratteristica reale, importante da conoscere e rispettare, ma non vergognosa, trasmette al bambino un senso di legittimità.
In fondo, ciò che dobbiamo offrire al bambino non è solo una spiegazione del suo problema visivo, ma la possibilità di sentire che il suo modo di essere nel mondo è possibile, accettabile e degno di rispetto.
Per questo è utile che, anche davanti a lui, si diano indicazioni semplici e naturali agli altri — familiari, amici, altri bambini.

Per esempio:
“Parlagli chiamandolo per nome, così capisce che ti stai rivolgendo a lui.”
“Se vuoi mostrargli qualcosa, descrivila o fagliela toccare.”
“Aspetta un attimo, avviciniamoci, così può vedere meglio.”
“Mettilo nella sua mano, così capisce subito cos’è.”
Detto così, senza solennità e senza drammatizzare, tutto questo aiuta sia gli altri sia il bambino stesso. Gli altri imparano come comportarsi. E lui, ascoltando, impara poco per volta anche a spiegarsi da solo, a dire di che cosa ha bisogno, a non vergognarsi della propria differenza e a sentirla come parte della propria vita.

Un caro saluto,

Dott.ssa Maria Luisa Gargiulo