Come vive un bambino ciò che non può vedere?”

Una bambina con un bastone bianco esplora con curiosità la corteccia di un albero in un giardino luminoso, immergendosi in un'esperienza sensoriale completa. L'immagine è arricchita da icone colorate che simboleggiano il canto degli uccelli, il profumo delle piante e il soffio del vento, sottolineando come la natura possa essere percepita attraverso tutti i sensi.

L’esperto risponde: Con la Dott.ssa Maria Luisa Gargiulo

Per rispondere bene a questa domanda occorre distinguere almeno due situazioni diverse, perché non è la stessa cosa nascere con una deprivazione visiva primaria o molto precoce, oppure perdere la vista in un’età in cui si conserva memoria del tempo in cui si vedeva.

Nel primo caso, cioè quando la minorazione visiva è presente dalla nascita o dai primissimi tempi della vita, molto spesso l’idea della mancanza appartiene più agli adulti che al bambino. Il bambino piccolo, infatti, non vive la propria esperienza mettendosi continuamente a confronto con chi vede, né ha subito la sensazione della mancanza di ciò che non riesce a vedere. Costruisce piuttosto, nel tempo, un’idea delle proprie possibilità e difficoltà attraverso gli effetti concreti della sua esperienza, mentre il suo rapporto con la realtà prende forma tramite il contatto, l’ascolto, il movimento, le routine, la voce, la presenza affettiva.

In questa situazione, il punto delicato è spesso il vissuto dei genitori. Quando manca l’aggancio visivo, l’adulto può sentirsi smarrito, può avere difficoltà a leggere i segnali del bambino e può perfino interpretare come distanza o chiusura ciò che invece è solo un modo diverso di essere presente. Nei primi mesi, inoltre, il dolore, lo sconcerto e la fatica di confrontarsi con una condizione inattesa possono condizionare profondamente la relazione. Per questo, in questi casi, è importante aiutare i genitori a non leggere tutto in termini di perdita, ma a riconoscere che il bambino può costruire un rapporto ricco, concreto e vitale con il mondo, purché gli vengano offerte mediazioni adeguate, parole, occasioni di esperienza e fiducia nelle sue possibilità.

Diverso è invece il caso del bambino che ha perso la vista in un’epoca in cui conserva memoria del vedere. Qui la mancanza può essere vissuta in modo molto più diretto e doloroso, perché il bambino possiede un termine di paragone interno. Non deve solo imparare a conoscere il mondo in un altro modo, ma deve anche fare i conti con un prima e con un dopo. Può ricordare volti, colori, spazi, immagini, e avvertire con sofferenza che ciò che prima era immediato ora non lo è più. In questi casi la perdita della vista può assumere il significato emotivo di una frattura, di uno spaesamento, talvolta persino di un vero e proprio lutto rispetto a una modalità precedente di essere nel mondo.

Anche qui, naturalmente, non tutti i bambini reagiscono allo stesso modo. Contano l’età, la gradualità o l’improvvisità della perdita, il temperamento, la presenza di altre difficoltà, il contesto familiare e la qualità dell’accompagnamento adulto. Alcuni esprimono apertamente tristezza, rabbia o nostalgia, altri mostrano il disagio in forme meno dirette. Ma in questi casi non sarebbe corretto dire che il senso di mancanza appartiene solo ai genitori, perché una quota di esperienza di perdita può essere realmente presente nel bambino stesso.

Ciò che resta decisivo, in entrambe le situazioni, è il modo in cui gli adulti accompagnano questa esperienza. Nel bambino con deprivazione visiva primaria o precoce bisogna soprattutto evitare che siano gli adulti a costruire tutta la sua identità intorno all’idea della mancanza. Nel bambino che ha perso la vista dopo aver visto, occorre invece riconoscere e legittimare il dolore senza trasformarlo in una condanna, aiutandolo a integrare quella frattura nella propria storia e a scoprire che il rapporto con la realtà può continuare a essere ricco, significativo e vitale, anche se in una forma diversa.

In fondo, la domanda non è soltanto che cosa il bambino non vede, ma come costruisce il proprio modo di conoscere, sentire e abitare il mondo. Ed è proprio qui che il ruolo dei genitori diventa fondamentale: non per cancellare ogni difficoltà, ma per fare in modo che la paura non occupi tutto lo spazio dell’esperienza, lasciando invece posto alla relazione, alla fiducia e alla crescita.

Un caro saluto,

Dott.ssa Maria Luisa Gargiulo